La Calabria registra la percentuale più alta in Italia di enti locali incapaci di raggiungere la soglia di sbarramento del 35% di smaltimento dei residui attivi fissata dal ministero dell'Economia e delle Finanze. Con ben il 27,9% dei Comuni "bocciati", la regione stacca la Campania (27%), il Molise (18,4%), la Sicilia (17,8%), il Lazio (15,1%) e la Puglia (14,8%). Lo rivela una ricerca del Centro Studi Enti Locali che ha analizzato i rendiconti di gestione dei Comuni italiani del quadriennio 2022-2025 alla luce dei nuovi parametri introdotti dal Decreto-legge n. 144/2026.

La situazione in Calabria

A guidare l'emergenza finanziaria è Reggio Calabria con circa 505 milioni di euro di residui attivi e un tasso di smaltimento che si attesta ad appena il 13%, la città è la seconda in Italia per volume di crediti incagliati tra gli enti sotto soglia, preceduta soltanto da Roma Capitale.

L'incapacità di riscuotere le entrate tributarie ed extratributarie colpisce tuttavia anche altri rilevanti centri urbani della regione. Situazione difficile per Catanzaro, che conta 106,9 milioni di euro di residui attivi rientranti nel perimetro d'analisi. E per Corigliano-Rossano, che vanta 96,2 milioni di euro di crediti accumulati nei bilanci.

La cornice nazionale: 656 Comuni per 11,8 miliardi di euro di crediti deteriorati

I dati calabresi riflettono un'emergenza che a livello nazionale sfiora i 20 miliardi di euro di crediti non riscossi. Secondo la proiezione del Centro Studi Enti Locali 1.285 Comuni italiani presentano una capacità di smaltimento dei residui inferiore al 50%. Mentre 656 Comuni (pari all'8% del totale nazionale) non raggiungono la soglia del 35% e rischiano l'obbligo di cedere la gestione coattiva delle entrate, la società pubblica specializzata nel recupero dei crediti deteriorati. La somma per questi ammonta a 11,8 miliardi

La gravità del fenomeno è profonda: 371 enti hanno un tasso inferiore al 25%, 281 sono sotto il 20% e 197 Comuni non raggiungono neppure il 15%.

Il fenomeno evidenzia una netta frattura geografica: il 72,7% degli enti bocciati (477 Comuni) si trova nel Mezzogiorno. Al Nord la quota di Comuni sotto soglia si ferma a 79, mentre al Centro riguarda 100 enti. Ciononostante, sul piano dei volumi finanziari il baricentro si sposta al Centro Italia, che raccoglie 7,5 miliardi degli 11,8 miliardi complessivi destinati ad AMCO, trascinato dai 6,35 miliardi di euro di residui attivi di Roma Capitale.

Il meccanismo dell'algoritmo

La riforma stabilisce che la verifica del target avvenga sul triennio 2023-2025, calcolando l'indicatore come complemento del rapporto tra residui finali e iniziali con ponderazione decrescente (100% all'ultimo anno, 50% al secondo, 25% al primo). L'affidamento ad AMCO scatta in caso di mancato raggiungimento del 35% o qualora la Bdap non abbia acquisito i rendiconti di tre esercizi consecutivi nell'ultimo quadriennio. I Comuni che gestiscono la riscossione tramite società in house avranno invece un triennio aggiuntivo per adeguare le proprie performance. L'analisi del Centro Studi Enti Locali mette tuttavia in luce alcune criticità.

Potrebbe innescarsi una corsa agli stralci dei crediti. La riduzione dei residui attivi può derivare da operazioni contabili di annullamento o pulizia dei crediti inesigibili anziché da reali incassi di cassa. Oppure i Comuni potrebbero accelerare sul fronte dei recuperi. In questo caso un Comune che intensifica i controlli emettendo nuovi avvisi di accertamento vedrà aumentare temporaneamente la massa dei propri residui, subendo un peggioramento dell'indice MEF e rischiando la sanzione della cessione coattiva.

Sulla questione è intervenuto Alessandro Maestrelli, esperto di entrate del Centro Studi Enti Locali. «I dati da bilancio non sempre rappresentano l’effettiva capacità degli enti di recuperare i propri crediti. È necessario, quanto urgente - dice Maestrelli - definire modalità di analisi dei dati oggettive che misurino con accuratezza e precisione le reali performance degli enti locali».